"Lettera aperta a tutti gli Amministratori e Decisori politici - Il riformismo nella gestione del territorio" - S. Dalpasso

LETTERA APERTA 
a tutti gli Amministratori e Decisori politici

      Mi permetto di rivolgermi a Voi per esprimere alcune considerazioni sull'argomento indicato che rappresenta tutt'ora, a mio parere, il cardine di ogni attività programmatoria amministrativa. Esso si impone come strategia ineludibile. E' evidente che ognuno cerca di dare il proprio contributo su argomenti che più gli sono propri per coerenza morale e personale e per competenza professionale.
In recenti convegni incentrati sulla pianificazione di assetti territoriali, a livelli diversi e in convegni di studio, poco ho potuto sentire sull'argomento "programma" che dovrebbe essere al centro dell'attenzione di tutte le parti politiche.
Mi permetto quindi di esporre una mia "proposta di programma" che rivolgo ai nostri dirigenti per il futuro sviluppo di ogni area e per il relativo assetto produttivo, proposta che ritengo coerentemente in linea con quelle dichiarazioni spesso dichiarate da tanti amministratori pubblici ma che sembra trovino poi grandi difficoltà a realizzarsi:
"Il riformismo nella gestione politico-amministrativa del territorio e nella sua pianificazione urbanistico-territoriale".

Su questo argomento, andando a ruota libera, si potrebbe parla a lungo. Io cercherò di esprimermi per concetti sintetici già espressi in precedenti occasioni.
Chi scrive è impegnato nel settore e ha pubblicato nel 1990 una proposta progettuale urbanistica (maturata nella prestigiosa scuola della facoltà di Urbanistica di Venezia) titolata "Piano Territoriale Paesistico Ambientale del Delta del Po" che, con la presentazione di illustri urbanisti, ha valicato anche i confini nazionali. L'aspetto principale del pensiero che è espresso nel lavoro è che ormai nella pianificazione territoriale urbanistica, di aree più o meno vaste, serve una progettata trasformazione non solo sul territorio, ma anche nella sua gestione con particolare attenzione all'ambiente il cui studio-analisi-descrizione pluridisciplinare è indispensabile e propedeutico a ogni successiva fase pianificatoria.

Questo è uno degli aspetti, e non certo il minore, di quel riformismo del quale molti sono da sempre dichiarati sostenitori e promotori. Si tratta ora di essere anche propositivi, in forma concreta e operativa, coerentemente con la normativa nazionale (Art. 2, L. 431/85) e le direttive europee (Dir. CEE 42/2001).
E per far questo occorre tenere ben presente che nei paesi della Comunità Europea, alla quale siamo con convinzione rivolti malgrado le difficoltà che ora conosciamo, si è sempre più affermato un neologismo: LO SVILUPPO SOSTENIBILE.
L'espressione, che ormai non è più nuova, significa che i processi di sviluppo e di trasformazione insediativa, sociale ed economica devono essere compatibili con la qualità ambientale e sostenerne il costo senza compromettere la propria competitività. E' un concetto di "riforma" che fa fatica a farsi strada: è certo però che con esso, d'ora in poi, dovremo sempre più fare i conti (analisi costi-benefici), in particolar modo anche con i provvedimenti relativi alle fonti energetiche alternative e rinnovabili.

Per questo scopo si stanzieranno sempre più somme ingenti, ci sarà lavoro e reddito per tutti coloro che imboccheranno con impegno questa via. Al decisore politico ciò non deve sfuggire. Fare finta di ignorarlo o limitarsi alla sola enunciazione è perlomeno colpevole, certamente dannoso perché la qualità ambientale, come vero elemento strutturante nella pianificazione urbanistica, è la garanzia della continuità dello sviluppo produttivo nel tempo.
Essa in definitiva offre il miglior campo di investimento nella nuova strategia della gestione economica di un territorio e delle sue risorse non sempre rinnovabili. Esse si identificano nel valore dell'"ambiente"
che, come bene giuridico, è entrato nelle funzioni istituzionali dell'esecutivo (L.S. 349/86) e per la cui offesa esiste il reato di "danno ambientale" come danno alla collettività.

L'ambiente è perciò patrimonio della collettività e quindi di ognuno di noi.
Tenendo conto di ciò si dà forma e sostanza alla partecipazione pubblica che vede considerato ognuno di noi come soggetto e non più oggetto esterno al potere decisionale. Questo comporta in definitiva accostare il "sociale" all'"individuale" senza che l'uno annulli o comprometta l'altro.
Tutto ciò per ogni fede politica non dovrebbe essere un problema, ravvisando nel benessere sociale anche quello individuale.
L'impostazione sociale nella quale siamo inseriti, e che è identificata nel capitalismo, dovrebbe riformarsi, a mio parere, in un "Capitalismo ecologico" che da solo può rappresentare una svolta radicale in senso riformista nella programmazione economica di una moderna società.
Sopratutto se consideriamo che l'assetto sociale non può certamente esistere e perdurare separato da quello ambientale ed economico.

Ma una corretta gestione del territorio esige anche la sua conoscenza quale può scaturire da una sintesi che non può esistere senza una valida analisi di tipo interdisciplinare. Il che significa conoscere il territorio e renderne possibile la conoscenza con la esaustiva informazione e la discussione pubblica "ex ante" (e non come arida catalogazione di dati come spesso avviene, sbrigativamente, con i P.A.T.) non solo sotto l'aspetto finanziario ed edificatorio, ma anche culturale e ambientale.

Ciò può avvenire soltanto in stretta correlazione con altre serie analisi di discipline storico-culturali e scientifiche troppo spesso mortificate o ignorate, come recenti disastrosi eventi dimostrano. Eventi che ancora oggi vengono acriticamente definiti "naturali".

Ecco quindi che la mia proposta gestionale, così come avanzata per una gestione amministrativa veramente esaustiva del territorio, tende a ottenere dalle varie analisi tematiche pluridisciplinari una sintesi finale per fare emergere quei precisi e caratteristici valori ambientali, "le invarianti", che fin dal loro apparire diventano per l'urbanista pianificatore fase progettuale e conseguentemente "proposta gestionale" da trasferire nel Piano (per interventi produttivi mirati) sulla quale misurarsi per ottenere anche in campo politico quel consenso che spesso va disperso.
Servono quindi quei nuovi piani urbanistici della quarta generazione che possono essere identificati in moderni Piani Territoriali Paesistici Ambientali (dei quali il mio lavoro prima citato è un primo esempio perfettibile) come condizione propedeutica alle successive fasi di pianificazione tematica, non ultima quella paesaggistica. Potrebbero così essere semplificate le verifiche di fattibilità e di approvazione.

Mi permetto di segnalare che per fare questi piani esistono anche i laureati in Urbanistica (e successive variazioni del C.d.L.) come specialisti liberi professionisti non vincolati ad iscrizioni in Albi (Sent. C.d.S.-IV-n° 1087/96 ; C.d.S.-II- Par. n° 797/03 del 19/01/2005) spesso non considerati e/o indicati nei bandi di gara con ingiusti atti discriminatori. Contro di essi si è attivata, con successo, l'Associazione Nazionale Urbanisti e Pianificatori Territoriali e Ambientali ASSURB.

Con tali intendimenti, e non con velleitari raddoppi di capannoni e ciminiere, una oculata gestione dei flussi finanziari potrà contribuire, a mio parere, non solo alla salvaguardia ambientale e produttiva, ma anche alla valorizzazione di bellezze naturali con benefici economici.
Anche questo è riformismo e praticabile ovunque. Certo bisogna crederci perchè anche questo premia con il consenso politico.
Personalmente sono convinto che con tale visione strategica si opererà certamente con vantaggio economico per tutti e nel rispetto sia della democrazia politica che di quella sociale. E se nel rispetto della democrazia sociale si esalta la partecipazione di ogni cittadino come soggetto attivo nello sviluppo della società si compie uno dei massimi doveri della Pubblica Amministrazione.


Prof. Dott.Urb. Silvano Dalpasso
componente del Consiglio Nazionale degli Urbanisti