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Lunedì 15 Agosto 2011 00:00

Professione. Chi è il vero urbanista

fonte: Corriere del Mezzogiorno 27 agosto 2003

segnalato da: Luca Rampado

 

Segnaliamo un articolo di qualche anno, a firma di Attilio Belli, che contiene alcuni interessanti spunti sulla figura dell'Urbanista alias Pianificatore territoriale.

 

 

La situazione di stallo nella riforma delle professioni mi induce a richiamare l’attenzione su quella dell’urbanista. Ho la sensazione che, tra tutte le attività esperte chiamate a misurarsi con i cambiamenti vorticosi della società contemporanea, quella dell’urbanista venga comunicata spesso in modo improprio. Per ovviare a questa sensazione, non mi sembra scandaloso domandarsi esplicitamente chi è l’urbanista oggi. In modo un po’ sbrigativo, si può affermare che l’identità dell’urbanista è approssimata da quello che fa. Ma che fa? Più cose: descrive lo stato della città e del territorio nelle sue molteplici espressioni; ne costruisce ipotesi di trasformazione, facendo ampiamente ricorso ad immagini di futuro possibile; ne valuta la rispondenza alle esigenze sociali; stima le risorse necessarie alle trasformazioni ipotizzate; suggerisce regole, strategie e procedure, anche sulla base di piani e progetti; tenta di facilitare il dialogo istituzionale e sociale per una pertinente “costruzione” dei problemi urbani e a sostegno delle ipotesi di trasformazione; propone criteri di valutazione dei risultati raggiunti.

Come si vede, si tratta di un’attività -non monodimensionale, ma ricca, sfrangiata e con un’articolazione il cui riconoscimento risulta controverso anche al suo interno- che vuole fornire una guida alle trasformazioni della città e del territorio . E che già l’ordinamento vigente, dopo ottant’anni di conservazione totalmente monolitica della professione dell’architetto, ha provveduto da un paio di anni al riconoscimento della figura professionale del pianificatore urbanista, da lungo tempo formato attraverso una preparazione universitaria specifica.

Evidentemente accanto all’urbanista si occupano della città -e in gran numero- anche altri esperti; e   se ne preoccupa la gente comune che, quotidianamente, vive e fa esperienza della città, del perché funziona male, è insicura, è bella o brutta, unisce o divide.

Dobbiamo allora considerare urbanisti tutti questi? Ovviamente no: non è l’oggetto preso in considerazione –la città e il territorio- che attribuisce l’identità di urbanista, ma il modo utilizzato da alcuni specifici esperti per “trattarlo”e gli obiettivi che vengono posti. In sintesi è dell’urbanista un modo per concorrere a guidare e promuovere le trasformazioni urbane formulato in termini complessi, integrati e alla ricerca della condivisione sociale ed istituzionale.

Perché allora la stampa – a Napoli, più che altrove- quando dà notizia dell’opinione di un qualsiasi studioso della città o di un tecnico che interviene su singoli suoi aspetti (sia esso un professore di diritto amministrativo, uno storico dell’arte, un architetto) lo presenta come urbanista? Opportunamente invece, ad esempio, il Corriere della Serain un articolo recente sull’ipotesi di realizzare a Milano alcuni grattacieli, distingue con precisione tra la figura dell’architetto (Fuksas e Bellini), quella dello storico dell’urbanistica (Benevolo) e quella dell’urbanista (Cervellati).Dove è da apprezzare lo scrupolo di attribuire a Benevolo, che pure svolge attività urbanistica, la qualifica di storico come riconoscimento di   una competenza   assoluta e internazionalmente riconosciuta.

Non vorrei essere frainteso: nella società contemporanea il riconoscimento dell’identità è una delle molle più forti, che tutti coinvolge, anche i saperi esperti, che vengono messi alla prova continuamente da cambiamenti incalzanti, e non è quindi meschino porsi il problema di una sua identificazione e comunicazione pertinente. In più, chiamare tutti urbanisti produce qualche spiacevole distorsione: il rischio principale è che le responsabilità di qualsiasi “guaio” urbano vengano attribuite agli urbanisti (che, anche volendo, non hanno nessuna possibilità di assumersele), mentre le opinioni che si diffondono appartengono per lo più ad altre figure intellettuali, impropriamente presentate come urbanisti. La parzialità e diversità di queste opinioni finiscono per ingenerare nell’opinione pubblica il convincimento di un’urbanistica incoerente, fatta di valutazioni molto diverse e spesso contraddittorie, al di là del vero, contribuendo così a complicare inutilmente le cose.

Di qui l’ invito che sommessamente vorrei rivolgere ai giornalisti napoletani: perché non chiamate urbanisti solo gli urbanisti, e agli altri esperti della città attribuite la loro qualifica specifica di professore di diritto amministrativo, di storico dell’arte, di architetto? Così facendo, è possibile ottenere qualche buon risultato: si dà un’informazione più precisa; non si mette in imbarazzo gli intervistati che si vedono attribuita una qualifica inesatta, non richiesta, e forse nemmeno gradita; non si irrita inutilmente gli urbanisti. Una formulazione sintetica nei titoli degli articoli e delle interviste può poi essere ricercata nella etichetta di “esperti della città”.

Non credo sarebbe inutile. Altrimenti, si finisce come i parcheggiatori napoletani che danno del “dottò” a tutti…

Mi rendo conto che sarebbe facile ironizzare su questa richiesta di precisione comunicativa, presentandola come “protesta degli urbanisti doc”. Che dire? Amen.

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